Mangiare vicino alla terra

Nel corso degli anni, perfino dei decenni della nostra vista, abbiamo potuto constatare come si siano susseguite e date il cambio generazioni in cui gli illuminati della conoscenza dell’alimentazione (medici, salutisti, dietologi) abbiano tentato di definire il paradigma della corretta alimentazione dell’essere umano e quella che , quindi, sarebbe dovuta essere la nostra dieta migliore, per il nostro benessere, per il benessere del nostro corpo e della nostra mente, la scelta migliore per la nostra vita, quella che avrebbe reso equilibrata la nostra alimentazione e ci avrebbe preservato dalle malattie e dai danni di un civiltà che, a suo stesso dire, progredisce ogni giorno di più ed ogni giorno di più ci espone a rischi.

Per questo abbiamo visto susseguirsi e abbiamo affrontato la generazione dell’essere vegetariani, poi è stata la generazione dell’essere vegani, venendo da una generazione in cui, dopo essere stati carnivori per secoli, ci siamo scoperti mangiatori di semi e fra queste le mode e le scoperte che hanno avuto ogni volta la pretesa di dirci cosa ci fa bene e perché.

Eppure, in tutta questa nostra meravigliosa evoluzione, nel progresso, di cui tanto parliamo, e nel caso specifico quello del comprendere le dinamiche e la relazione del nostro corpo nei confronti della natura che abitiamo, da quando ha avuto inizio la rivoluzione industriale, non abbiamo mai più evitato il rischio di tumori e malattie legate all’alimentazione.

Perché la rivoluzione industriale ha sancito il limite fra due diverse generazioni di alimentazione?

La rivoluzione industriale non è che il termine che definisce il drastico ed irreversibile cambiamento dell’uomo in una direzione che lo avrebbe visto perdere la sua libertà a discapito di una prigionia fatta di nuove opportunità illusorie. Ma cos’è la rivoluzione industriale? La Rivoluzione industriale è il processo di creazione di percorsi ciclici di produzione che standardizza le azioni che manipolano la materia prima per generare, più velocemente, un prodotto finale che deve essere sempre uguale nella sua forma, nel suo contenuto e nel suo significato.

Il processo industriale applicato al cibo

E’ stato necessario applicare il processo industriale al contesto della preparazione del cibo in quanto la popolazione umana è andata rapidamente crescendo fin dall’inizio della rivoluzione industriale. Un caso? Sicuramente no. Migliori opportunità di lavoro ed un tenore di vista apparentemente migliore grazie proprio alle opportunità di lavoro ha permesso l’inizio della migrazione dalle campagne alle città ed ha favorito un notevole aumento demografico. Ma tutta questa gente che non coltiva più e che all’improvviso da vita alle città, deve mangiare, ogni giorno, per almeno 2 volte al giorno (se non tre) e allora come si fa? Semplice, si applica il processo industriale al cibo: lo si fa arrivare tutto in un luogo (non più nei marcati) lo si elabora perché resista al tempo e a tutta una lunga serie di agenti esterni che ne favoriscono il deperimento, lo si confeziona e lo si mette nei scaffali di posti che chiameremo supermercati in quanto sono il futuro del mercato di paese.

Questo cambiamento ha quindi sensibilmente trasformato il cibo che ingerivamo, nel prodotto di un processo industriale sempre più lungo ed elaborato e quanto più il processo si allungava tanto più il cibo perdeva la sua efficacia ed il suo potere a discapito della nostra alimentazione e della nostra salute.
Per sopperire a questo l’uomo non ha riflettuto sulla necessità di accorciare il processo produttivo per migliorare la qualità del cibo ma di trovare elementi che ne garantissero la sopravvivenza in processi sempre più elaborati e aggressivi.
Ecco quindi che un pomodoro raccolto dalla pianta inizia un percorso in cui viene bombardato di agenti che lo manipolano e lo trasformano. Ad ogni nuovo agente che viene a contatto con il nostro pomodoro, ad ogni nuova azione che ad esso viene applicata, il pomodoro perde efficacia e si traforma, a causa degli effetti della relazione con ogni singolo agente che lo impatta a cui è delegata la responsabilità di garantirne la sua stessa sopravvivenza, il suo sapore, la sua consistenza il suo colore. Insomma, mentre perdiamo il pomodoro, acquisiamo un suo palliativo che offre l’illusione del pomodoro ai nostri sensi ma non al nostro corpo.

Il principio dell’inganno dei nostri sensi per avere un lasciapassare per il nostro corpo

Il nostro corpo, il suo i organi interni. in questo caso quelli preposti al processo di alimentazione, ovvero bocca, stomaco, intestino, fegato e altri, sono protetti dai nostri sensi.
Quando un cibo si avvicina a noi, sia per nostra volontà sia per volontà altrui (pensate ai vostri bambini che ricevono da voi la pappa) i nostri sensi ci dicono se sia il caso di lasciarlo passare o no.
E’ quindi chiaro che la contaminazione del pomodoro durante il processo industriale potrebbe far perdere al pomodoro il suo aspetto, il suo odore, il suo gusto e per questo l’industria dell’alimentazione si è presa cura della necessità di trovare il modo di conservare (se non migliorare) il gusto del pomodoro, il suo odore, perfino il suo aspetto.
L’industria, ingannando i nostri sensi, si è guadagnata il lasciapassare per giungere al nostro corpo.

Vendono quindi ingannati i nostri sensi, alla vista, il prodotto che arriva sulla nostra tavola, è perfino più bello di quello raccolto nel campo (ammesso che ancora si raccolgano nei campi), al tatto è migliore, meno screpolature, meno imperfezioni, migliore al gusto e all’olfatto. Dobbiamo anche riflettere sul fatto che più assimiliamo un gusto ed un odore manipolato, più dimentichiamo l’originale a favore del surrogato per cui si può sicuramente affermare che si dovrebbe poter aver memoria dell’originale per poter fare un paragone con i prodotti che ingeriamo, ma questo come sarà mai possibile se molti di noi non hanno mai neanche visto un prodotto originale?

Ingannati i nostri sensi, quindi, il pomodoro ha vinto le barriere ed è giunto nel nostro corpo dove si deposita insieme a tutti quegli elementi che ha collezionato durante il percorso di produzione e che noi non conosciamo, non abbiamo potuto riconoscere e neppure avvertirne o sospettarne la presenza in quanto silenziosi elementi che, non a caso, sono insapore ed inodore.

A distanza di ormai più di due secoli dall’inizio della rivoluzione industriale, l’unica coscienziosa riflessione che è possibile fare rispetto all’alimentazione è che non risulta migliore o peggiore essere o alimentarsi di qualcosa nello specifico, e quindi ricadere all’interno di una sorta di etichetta o categoria di persone, la moderazione è da sempre la strada più sana nel prendere scelte. E’ vero che abbiamo bisogno di verdure come di carne e pesce, di uova come di latte, frutta, semi e tanta acqua.
In un mondo in cui abbiamo dato un ruolo all’essere umano tale da non poterlo più confondere con una specie animale, la nostra vita richiede energie che provengano da tutti i contesti che forniscono alimentazione, anche solo per non sbilanciare un contesto a favore o a sfavore di un altro. Avremo però modo di parlare si sbilanciamento dei contesti alimentari in altre occasioni.

Per quanto concerne gli alimenti che troviamo alla fine dei processi di produzione industriale, possiamo sicuramente affermare che quello che può aiutarci e far diminuire il rischio di un’innumerevole quantità di problemi di cui oggi l’alimentazione è causa, è di ridurre sensibilmente e quanto più possibile lo spazio ed il tempo fra l’elemento nutritivo ed il momento in cui entra in contatto con il nostro corpo.

Che cosa significa questo? Significa rinunciare quanto più possibile a prodotti non naturali, significa cercare di popolare la nostra tavola con prodotti semplici e non elaborati.

Questo significa che il reale responsabile della contaminazione del nostro corpo, e quindi della nostra alimentazione, non è tanto il cibo, che comunque contribuisce a contaminarci perché ormai non più puro né libero da chimica e trattamenti nemmeno nella natura in cui dovrebbe nascere e crescere, ma è il processo industriale di produzione, attraverso il quale, il cibo, viene elaborato passando di mano in mano, di macchinario in macchinario, di azienda in azienda fino a diventare quello che noi portiamo sul nostro piatto e che ormai è ben lontano dall’essere quello per cui è nato.

Un alimento ricco di nutrienti, attraverso questo percorso, perde le sue proprietà e viene manipolato da una quantità di agenti esterni che lo contaminano e lo cambiano, dalle mani che lo toccano ai macchinari di freddo metallo che lo passano da un trattamento all’altro, dalla sterilizzazione ai bagni in acque torbide di agenti chimici che lo cambiano per sempre, il nostro cibo si indebolisce e nel farlo prende con sé altra materia che, di fatto, non sappiamo che effetto potrà avere a lungo termine sul nostro corpo.

Dobbiamo tornare alla semplicità, accostarci alla terra e tornare ad amarla, comprendendo quello che può darci e come. Dobbiamo ricominciare ad imparare, osservando, provando, aprendo gli occhi sulla verità che questo nostro progredire, quello che chiamiamo progresso, soffre di una malattia chiamata impazienza ed arroganza che sono caratteristiche proprie dell’essere umano. Impazienza di dominare prima di aver compreso i meccanismi che governano la nostra vita attraverso la natura delle cose. Arroganza di pretendere di sapere mentre il sapere è una cosa che, la storia ci insegna, non ci appartiene affatto.
L’essere umano fa una scoperta e la applica in fretta senza curarsi di comprendere quali effetti possa avere a lungo termine su di noi e sulle nostre vite.

E se ognuno, piuttosto che avere un lavoro, dovesse, prima di ogni altra cosa, avere la conoscenza ed i mezzi per provvedere a se stesso e alla sua famiglia? E se ognuno, prima di avere diritti, dovesse avere il dovere di conoscere la terra per poterla rispettare e trarne vantaggio per sé stesso e per gli altri? E se ognuno dovesse essere un po’ agricoltore prima che qualunque altra cosa per rispetto verso la natura che lo ospita? Davvero pensiamo di poter navigare una barca che non conosciamo e non rispettiamo?

Credete che sia un principio tanto lontano dalla realtà? Seguite la nostra rubrica sull’alimentazione nel mondo e scoprirete come fra qualche anno se non sarete agricoltori non sarete probabilmente in grado di sopravvivere.

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