Le mode alimentari: il fenomeno Avocado

L’avocado ieri in Italia

Fino a qualche anno fa l’avocado era, in Italia, un frutto che, praticamente, veniva considerato nel quotidiano da praticamente nessuno, non si sapeva bene che cosa farci. Sì, è vero che poteva comparire in qualche ricetta particolare e, cosiddetta, speciale, ma nel quotidiano non aveva alcuno spazio.
L’avocado non è un frutto originario delle nostre terre e non è un elemento comune nella nostra cultura. Mangiato crudo non è buono (per lo meno per noi italiani che siamo abituati a frutta zuccherina), condirlo con olio sale e pepe non era una pratica facilmente comprensibile: per l’italiano la frutta è dolce e chiude il pasto.

Questo era l’avocado alla fine del millennio scorso, ricordo che nei supermercati, nella sezione “frutta esotica”, o come la pensavo e la chiamavo io da ragazzo, “frutta strana, costosa, curiosa e anche un pochino snob” di avocado ce n’era uno, forse due, ognuno protetto dal un involucro alla base di cartone e plastica trasparente e traspirante sopra perché il prodotto fosse ben visibile. Il costo era proibitivo o per lo meno difficilmente comparabile a quello di una pera che per forma e peso poteva essere simile.

La condizione italiana di godere di ottima alimentazione e poca apertura mentale

L’Italia è un paese in cui le mode alimentari etniche sono navi che hanno sempre faticato a trovare un loro spazio nei nostri porti, ne è un esempio quella che oggi è la sempre più popolare moda del sushi (e avremo modo di scoprire che tipo di sushi arriva in Italia come filosofia, cultura e qualità del cibo), un po’ perché pochi paesi al mondo possono tentare di battere la qualità della nostra originale alimentazione ed un po’ perché l’italiano è povero di quella flessibilità da cittadino del mondo che gli concederebbe di percepire il mondo come uno spazio in cui godere di molteplici esperienze.

In molti paesi dell’Europa è assolutamente popolare che nei supermercati ci siano le sezioni che danno spazio ai vini di altre nazioni (mica tutte, da alcune nazioni giungono a noi, in effetti, solo porcherie), ma per quanto sia ottimo il nostro livello nella produzione dei vini questo non dovrebbe escludere un principio di multi culturalità.

E’ un piacevole ricordo che negli anni ’80, nei primi anni ’80, nel film di Paolo Villaggio, Fantozzi, o forse era Il secondo tragico Fantozzi, venga mostrato Paolo Villaggio, il protagonista Ugo Fantozzi, portare la signorina Silvani a cena fuori in un ristorante giapponese, per l’appunto un ristorante sushi, una chicca all’epoca che oggi è invece estremamente popolare. Ci sono voluti 40 anni perché l’esperienza sushi trovasse un suo reale spazio e divenisse una moda dilagante in Italia.
Ecco la stessa cosa mi sembra stia succedendo per l’avocado e moltissime altri alimenti di cui parleremo nei prossimi articoli.

Il cavallo di troia dell’avocado: il guacamole

L’avocado è l’ingrediente principale del guacamole, una salsa messicana il cui nome è proprio la traduzione, nella lingua nahuatl, per “salsa di avocado”.

Per ragioni che forse ci sfuggono, questa salsa ha trovato uno spazio sempre più ampio nella nostra fascia orario che chiamiamo “happy hour” ovvero il momento di lasciarsi alle spalle la giornata di lavoro e potersi rilassare iniziando a mangiare e a bere.

L’avocado è un frutto, quindi un alimento estremamente sano e naturale, e non ci sembrava vero che una cosa tanto buona potesse anche essere tanto gustosa da completare la nostra soddisfazione al momento dell’aperitivo. Quindi, perché non si dovrebbe acquistare avocado in grande quantità e consumarne a sazietà? Dopotutto non stiamo parlando di uccidere maiali o vacche e non stiamo parlando di togliere la vita a cavalli o vitelli. Stiamo parlando di raccogliere un frutto dall’albero e portarlo direttamente sul nostro al nostro tavolo e nelle nostre cucine, quindi, che cosa potrebbe esserci di sbagliato nel consumare avocado?

Come in quasi tutte le cose, prestando un po’ di attenzione, possiamo notare come ciò che è sbagliato non è l’oggetto stesso della discussione (l’avocado) ma il fatto che non ci sia moderazione e che si passi subito dal nulla al tutto, che si arrivi in un attimo all’eccesso: la moda diventa ossessione, poi esagerazione e quindi stupidità.

Che il mercato richieda più o meno improvvisamente una maggiore quantità di avocado significa che i paesi produttori devono repentinamente aumentare la loro produttività. L’avocado non cresce spontaneamente in Italia o in Europa, l’avocado è un frutto che trova il suo spazio negli ambienti tropicali e subtropicali e che ha origine in America Centrale per cui deve essere importato.

Le origini dell’avocado ed il pericolo di una sempre maggiore richiesta di importazione

L’avocado ha origine in America Centrale ma la sua produzione si è rapidamente estesa a tutta l’America Centrale e al Sud America: Messico, Repubblica Dominicana, Colombia, Perù, Stati Uniti, Cile e Brasile. Oltre alle Americhe sapete quali sono gli unici altri due paesi in grado di produrre ed esportare avocado? Kenya e Indonesia.
Il caso poi vuole la lista di questi paesi, ad eccezione degli Stati Uniti, sia la lista di paesi in cui la maggior parte della popolazione viva ai limiti della povertà, le cui condizioni di lavoro sono discutibili e la qualità e la sanità del prodotto trattato e dei suoi processi produttivi sarebbe sicuramente da indagare.
Si dovrebbe poi dare un’occhiata anche ai salari medi per poter renderci conto di cosa significhi produrre ed esportare. Potete quindi immaginare che aumentare repentinamente la produzione significhi possibilmente compromettere ancora di più le condizioni di produzione e del lavoro in questi paesi.

Ci stiamo girando intorno ma il concetto che vuole affiorare è chiaro: le aree povere del mondo producono sempre di più e a condizioni sempre peggiori per soddisfare la richiesta dei paesi cosiddetti ricchi dove le mode trovano facilmente spazio e le persone possono permettersi il lusso di godersi un frutto esotico al giorno senza avere la minima idea di cosa questo significhi nella intricata rete dei rapporti fra produttori e consumatori.

Restituire un maggiore e sano valore ai prodotti della propria terra

Detto questo, la seconda riflessione è quella sulla necessità di restituire valore a quegli alimenti che sono proprio delle nostre terre.
Questo potrebbe avere un grande significato e portare con se grandi opportunità. La richiesta di alimenti nazionali può garantire lavoro alle persone della nostra terra. La richiesta di prodotti nazionali può anche creare nuove opportunità di lavoro e di sviluppo nel proprio paese.
Questo ovviamente non significa che non vogliamo che si creino opportunità di lavoro in altre terre e in altre nazioni ma se ragionassimo un po’ più secondo questo principio non solo ogni nazione creerebbe opportunità per la propria stessa gente ma gli alimenti non dovrebbero fare tanta strada e sappiamo che più aumenta il tempo che intercorre dal momento della raccolta al momento del consumo, più l’alimento perdere ricchezza e acquisisce potenziali elementi di rischio per noi e per la nostra salute.

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